Ci sono giorni, e ci sono notti.
E poi ci sono ore notturne che sconfinano nel giorno nonostante i tentativi di negarne l'evidenza e pomeriggi in cui ti addormenti e ti risvegli che è martedì, e attacchi di fame improbabili alle quattro di mattina che fai fatica a classificare come colazioni non foss'altro perché hai ancora su le scarpe e il camion della raccolta differenziata del vetro (che annuncia il nuovo giorno della tua vita metropolitana) non è ancora passato.
Le ore si dilatano come le tue pupille ferite da un sole accusatore, mentre tu vorresti solo ombra e suoni attutiti e brandine dove stenderti per recuperare le forze. Non dormi le classiche 8 ore da troppo tempo per rimpiangerle. Però 4 sembrano troppo poche anche per te. Ricordi vagamente una vita in cui i colori non vibravano e le stanze avevano sempre le stesse dimensioni. In cui sapevi inanellare ragionamenti concatenati e non solo frammenti di una paratassi quasi zen. Ti senti come se il down di anfetamine fosse la tua condizione permanente, ma senza l'angoscia, tranne quando devi attraversare la strada. Fatichi a mettere a fuoco oggetti in movimento e identità di colleghi. Ci sono insetti appostati sulla parete delle tue cornee, ma all'inizio pensi che esistano davvero e che scivolino silenziosi alle tue spalle. Poi inizi a vedere il mondo a retino macro come fosse un Lichtenstein.
Il colpo di grazia te lo danno i mezzi di trasporto (soprattutto se stai guidando tu. In quel caso letteralmente), su cui ti addormenti anche in piedi per risvegliarti poi al capolinea di una città livida e slabbrata che fatichi ad identificare con la tua.
Dopo tre giorni così, sei in pieno jet-lag, tarato su Pattaya, tanto che mediti un trasferimento giusto per rimetterti al pari con gli altri. Ti converrebbe, dato che in ufficio iniziano a sospettare che ti droghi, dopo che ti sei addormentata durante la riunione e hai sbagliato due volte a scrivere il tuo nome.
L'unica consolazione è sapere che da qualche parte, nella tua stessa città, un altro fesso come te si aggira abbacinato incantandosi davanti ai semafori, aspettando che esca il suo numero.
E poi ci sono ore notturne che sconfinano nel giorno nonostante i tentativi di negarne l'evidenza e pomeriggi in cui ti addormenti e ti risvegli che è martedì, e attacchi di fame improbabili alle quattro di mattina che fai fatica a classificare come colazioni non foss'altro perché hai ancora su le scarpe e il camion della raccolta differenziata del vetro (che annuncia il nuovo giorno della tua vita metropolitana) non è ancora passato.
Le ore si dilatano come le tue pupille ferite da un sole accusatore, mentre tu vorresti solo ombra e suoni attutiti e brandine dove stenderti per recuperare le forze. Non dormi le classiche 8 ore da troppo tempo per rimpiangerle. Però 4 sembrano troppo poche anche per te. Ricordi vagamente una vita in cui i colori non vibravano e le stanze avevano sempre le stesse dimensioni. In cui sapevi inanellare ragionamenti concatenati e non solo frammenti di una paratassi quasi zen. Ti senti come se il down di anfetamine fosse la tua condizione permanente, ma senza l'angoscia, tranne quando devi attraversare la strada. Fatichi a mettere a fuoco oggetti in movimento e identità di colleghi. Ci sono insetti appostati sulla parete delle tue cornee, ma all'inizio pensi che esistano davvero e che scivolino silenziosi alle tue spalle. Poi inizi a vedere il mondo a retino macro come fosse un Lichtenstein.
Il colpo di grazia te lo danno i mezzi di trasporto (soprattutto se stai guidando tu. In quel caso letteralmente), su cui ti addormenti anche in piedi per risvegliarti poi al capolinea di una città livida e slabbrata che fatichi ad identificare con la tua.
Dopo tre giorni così, sei in pieno jet-lag, tarato su Pattaya, tanto che mediti un trasferimento giusto per rimetterti al pari con gli altri. Ti converrebbe, dato che in ufficio iniziano a sospettare che ti droghi, dopo che ti sei addormentata durante la riunione e hai sbagliato due volte a scrivere il tuo nome.
L'unica consolazione è sapere che da qualche parte, nella tua stessa città, un altro fesso come te si aggira abbacinato incantandosi davanti ai semafori, aspettando che esca il suo numero.


