venerdì, dicembre 23, 2005

                         

postato da: fulmine alle ore 23:42 | Permalink | commenti (4)
categoria:
sabato, dicembre 17, 2005
 
  
STORIA DI B.
 
 
B. non si era resa del tutto conto di quando la cosa era iniziata. All’inizio era solo un interesse più lungo del normale, quando lui parlava e lei rimaneva a guardarlo per qualche secondo in più, come se la sua mimica potesse aggiungere particolari e rendere speciali anche le osservazioni più banali. Ma lui in ogni caso non era banale, questo no, forse un po’ impacciato, ma in modo comunque consapevole, condito da un’autoironia la cui pratica doveva essere stata molto precoce e che ora lui usava con intelligente parsimonia, senza esagerazioni, come pepe verde appena macinato.
Tutto questo osservare l’aveva aiutata a riconoscere i momenti in cui lui, aggrottando la fronte, esprimeva un dubbio rispetto al modo in cui gli altri cercavano di imporre una certa idea di divertimento, ma saggiamente lo teneva per sé e si adeguava. B. aveva iniziato ad essere cauta negli entusiasmi e nelle richieste, per evitare di suscitare in lui quell’espressione. E quasi senza accorgersene aveva cominciato a vedere le cose con i suoi occhi, e una volta,  quando la radio aveva esploso una canzone molto popolare ma scontata, tra l’entusiasmo delle sue coinquiline, si era sorpresa a sollevare l’angolo sinistro della bocca, in un sorriso ironico proprio come faceva lui. E se lui fosse stato lì, nella cucina che risuonava di parole in rima, sapeva che si sarebbero guardati in quel modo inequivocabile che hanno le persone di guardarsi quando nasce una complicità. Con sorpresa e riconoscenza. “Ci sei anche tu, allora?” “Sì, cominciavo a sentirmi solo qui dentro”. La sensazione che lo spazio intorno a loro fosse curvo, protettivo e fragile come un’enorme bolla di sapone. La curvatura dello spazio, deve essere stata dapprima un’intuizione romantica, e poi teoria. B. pensava che quel concetto a lui sarebbe piaciuto, ma come comunicarglielo senza fare scoppiare la bolla?
B. aveva capito in quel momento che l’interesse che aveva sviluppato per lui andava oltre l’ammirazione o la cordialità, la voglia che lui la notasse e quel poster che lui aveva appeso in camera e che lei guardava come fosse una mappa in grado di svelarle dei passaggi segreti per entrare più in fretta nella sua vita, senza che lui se ne accorgesse. Era un sentimento testardo ma anche instabile, capriccioso come una giornata di vento eppure denso di significati e di attraversamenti. Aveva iniziato a incontrarlo per caso, prima in libreria, dove era entrata per comprare il libro che lui aveva scritto, così era dovuta tornare il giorno seguente, con un occhio sempre rivolto all’entrata, e la copertina girata verso il basso, pronta a scantonare dalla fila se lui si fosse materializzato, e poi una volta sotto i portici, mentre era a passeggio con un’amica e lui era da solo e non c’erano margini di sviluppo perché andavano in due direzioni opposte, ma dal modo in cui lui aveva prolungato il momento dei saluti e tenuto gli occhi fissi su un punto oltre la testa di lei, B. aveva capito che da qualche parte il destino aveva già scommesso su un “noi”.
Poi erano stati giorni di attesa e di messaggi sempre più frequenti, in cui la punteggiatura sembrava essere più importante e significativa dell’effettivo contenuto. Fino alla sera in cui lui l’aveva accompagnata a casa in macchina e come per caso, cercando un cd sul sedile posteriore, il suo braccio era rimasto poggiato sullo schienale di lei, almeno fino a quando non aveva dovuto scalare marcia, e B. avrebbe desiderato davvero che i semafori non diventassero mai rossi. Sotto casa, lei lo aveva invitato a salire, c’erano le sue coinquiline e la cosa non sembrava affrettata, e lui aveva accettato subito e mentre B. preparava il caffè lui aveva tenuto una conversazione affabile e quasi compiaciuta con le altre ragazze, e B. sentiva che quella voce nella sua cucina stava già diventando familiare, indispensabile. Poi due giorni dopo c’era stato l’invito a cena, in quella casa bianca e fresca dall’altra parte del fiume, e passando sul ponte B. aveva sorriso della simbolicità di quell’atto, così impudentemente preciso, ma poi aveva iniziato a pensare a cose più prosaiche, come le scarpe che aveva scelto, e se a lui piacevano o no le donne che usavano il rossetto, fino a che, giunta sotto il suo portone, se l’era tolto con il dorso della mano. Poi aveva suonato, una, due volte, e una voce che sembrava la sua aveva risposto inframmezzata dalla musica. Salita su aveva trovato la porta socchiusa e gli altri invitati seduti sul divano e intorno al tavolo. Lui era emerso poco dopo dalla cucina con in mano un bicchiere di vino bianco che le aveva porto con un gesto cerimonioso, il tutto senza smettere mai di guardarla. Un uomo innamorato e corrisposto ha la grazia di un Nureyev e il tempismo di un cacciatore di serpenti. Ma è una condizione che dura poco e non è riproducibile a piacimento.
B. aveva sorriso e si era sentita bene nel suo miniabito color ruggine, quello delle grandi occasioni, più un’intenzione che un abito ormai. Mentre lui terminava i preparativi lei aveva sorseggiato il vino e chiacchierato con gli altri commensali, ma il suo udito era catturato dai rumori che provenivano dalla cucina e si era trovata a ridere di cose che non aveva ascoltato, cercando di non tradirsi. Poi si erano seduti a tavola e lei era proprio accanto a lui, e in una progressione costante per tutte le portate lui aveva abbassato il tono di voce fino a escludere tutti tranne lei, e al dessert stavano parlando del suo libro che B. per la verità aveva appena iniziato a leggere ma di cui si era premurata di ricordare i nomi dei personaggi e persino dei luoghi, cosa che non è affatto facile in un romanzo fantasy. Al caffè, B. lo aveva seguito in cucina per aiutarlo e per ringraziarla lui le aveva passato un braccio attorno ai fianchi, tanto che per un attimo lei aveva perso l’equilibrio, almeno finché non aveva deciso di appoggiarsi a lui, e anche quell’atto era sembrato simbolico, a tutti e due.
Dopo il caffè gli amici avevano iniziato ad andar via, come se avessero capito, o sapessero, o fossero stati esplicitamente indottrinati, ma non tutti, dato che un ragazzo alto e magro le aveva chiesto se aveva bisogno di un passaggio e lui aveva subito risposto, tradendo una certa impazienza, che l’avrebbe riaccompagnata lui. Questo aveva velocizzato l’uscita degli ultimi ospiti. Rimasti soli lei si era messa a sparecchiare senza troppa convinzione, e infatti lui l’aveva subito bloccata invitandola a sedersi sul divano. Che avrebbe potuto essere anche una poltrona, per lo spazio che occupavano. Quando aveva appoggiato la testa sulla sua spalla, B. sapeva che era solo questione di attimi prima che arrivasse quel primo bacio, e aveva chiuso gli occhi lasciando che succedesse, e pensando che una volta aperti gli occhi tutto sarebbe stato diverso, il suo posto in quella stanza, il modo di guardarsi, le conversazioni tra loro, le telefonate e le distanze. E aveva deciso così, con gli occhi ancora chiusi, che non sarebbe andata via da quella città, prima così anonima e ora piena di segnali che aspettavano solo un incontro come il loro per diventare evidenti. Non glielo avrebbe mai detto, di quella rinuncia. Perché se ne sarebbe dimenticata anche lei.
 
postato da: fulmine alle ore 17:30 | Permalink | commenti (3)
categoria:
mercoledì, dicembre 14, 2005

Morbus Sacer

 

Per un attimo ho pensato

Che ti saresti staccata da me

Di nuovo, dopo il primo strappo

Io non ti ho mai capito bene, sai,

specchio di carne e sangue,

detestavo riflettermi in te

e nella tua fragilità

che ora mi emoziona

ecco dove mi hanno portata

i tuoi sguardi in bianco e nero

i limoni spremuti

dei tuoi lenti risvegli

quel talento nell’incantare i ladri

le tue assenze

intense di profumi orientali

rimani sempre un  mistero

ma almeno adesso

posso tenerti io la mano

quando hai paura del buio.

postato da: fulmine alle ore 15:54 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, dicembre 12, 2005
Faster, Fulmine! Kill! Kill!
 
(No, non è un pezzo hard. Non che non ne sia…Comunque non questa volta.)
 
Ci sono almeno un miliardo di buone ragioni per andare al cinema. Il buio. Il fatto di essere nella stessa sala con cent venti altre persone che guardano nella stessa direzione, e che ridono con te.  Appoggiarsi sulla spalla del vicino di poltrona (meglio se ti conosce, ma non è essenziale, dipende dal film). Il fatto che non puoi alzarti, accendere la luce, andare in cucina, toglierti le scarpe e controllare i messaggi sul cellulare. Insomma, sei lì e devi ascoltare una storia, che è un rito antico, orale, traslato oggi con il fuoco che si fa schermo, e le ombre che diventano immagini parlanti. Andare al cinema mi piace. Se non fosse per i film, che spesso sono brutti e poco coraggiosi, con finali consolatori che a me non consolano affatto.

Poi ci sono le eccezioni. Una mi è capitata ieri e ve la giro subito: Broken Flowers, di Jim Jarmusch. Se i capelli bianchi sono un segno di saggezza quest’uomo è un genio dalla nascita. Nel film c’è un Bill Murray in gran spolvero, una storia epica e  banale come ogni esistenza autentica e una colonna sonora che se sulla canzone dei titoli di testa non state almeno battendo il piede, significa che siete già morti.
 
(Risultato? Ho passato un’ora a camminare sotto la pioggia. Domani avrò un mal di gola con i fiocchi, ma oggi, oggi ho tutto quello che mi serve.)
postato da: fulmine alle ore 22:05 | Permalink | commenti (4)
categoria:
mercoledì, dicembre 07, 2005

...with a little help from my friends

In tema di cocaine-chic, anche io faccio outing e posto una lista di psichedelici di cui faccio abitualmente uso per i miei viaggi mentali:

1. i paradossi.

2. questo poster

                         - originale! del 1967! -

che fa bella mostra di sé vicino al letto da qualche giorno e che mi mesmerizza. letteralmente.

3. quando non c'è bisogno di spiegare che cos'è una milonga.

4. alzare gli occhi mentre un aereo di possibilità passa proprio sulla mia testa. rimango sempre a naso in su un attimo più del necessario.

5. la risacca di notte.

6. la noce moscata (aspetta... questo è uno psichedelico)

7. black book dei blur ascoltata al buio.

8. qualsiasi piatto che richieda almeno 30 minuti di preparazione.

9. quegli attimi di pura preveggenza in cui sai che sta per iniziare qualcosa di importante.

10. i due minuti prima di un temporale.

postato da: fulmine alle ore 22:24 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, dicembre 03, 2005

Quella volta che…

 



… aspettavo il tram ad Amsterdam e un tizio sconosciuto mi ha offerto
delle fragole, ed era mattina presto e io ero innamorata come forse
mai e l'universo intero partecipava della mia felicità palesandosi
sotto forma di tizio gentile; senza farmi domande e con estrema
fiducia ne ho presa una e sono salita al volo sul tram che nel
frattempo è arrivato perché iniziava a fare freddo, ma prima mi sono
girata e io e il tizio ci siamo scambiati un sorriso di quelli che
sapevano; strawberry fields forever

… in volo per gli Stati Uniti guardavo sotto e c'era quest'oceano così
vasto, luccicante come argento liquido, sui cui si riflettevano tutti
i miei sogni e anche qualche paura, ma di quelle paure utili che ti
impediscono di rilassarti sulle tue debolezze fino a quando non
partiresti più; e invece ero partita e c'era tutto un oceano sotto a
sostenermi, a sospingermi nella giusta direzione: chiudevo gli occhi e
i vuoti d'aria erano come delle onde; universal traveller

… attraversando il fiume per andare al lavoro guardo giù e vedo un
airone, proprio in mezzo alla città, una visione irreale, e da allora
quello con l'airone diventa un appuntamento fisso ogni mattina, fino a
quando non lo vedo più, ma nei giorni seguenti anche se so che se n'è
andato, guardo lo stesso giù, perché un giorno più tiepido degli altri
tornerà, e io sarò la prima a vederlo;
nature's way

… ho chiuso la porta alle mie spalle, e la cucina inondata dalla luce
rosata del tramonto, la foto di Jagger sul muro, il ragno vicino alla
finestra, le ciotole verdi e rosse, il ronzio intermittente del frigo,
i libri aperti sul tappeto, tutte queste cose volevano dire che ero a
casa, finalmente; shhhhh…

 

postato da: fulmine alle ore 14:18 | Permalink | commenti (4)
categoria: