STORIA DI B.
B. non si era resa del tutto conto di quando la cosa era iniziata. All’inizio era solo un interesse più lungo del normale, quando lui parlava e lei rimaneva a guardarlo per qualche secondo in più, come se la sua mimica potesse aggiungere particolari e rendere speciali anche le osservazioni più banali. Ma lui in ogni caso non era banale, questo no, forse un po’ impacciato, ma in modo comunque consapevole, condito da un’autoironia la cui pratica doveva essere stata molto precoce e che ora lui usava con intelligente parsimonia, senza esagerazioni, come pepe verde appena macinato.
Tutto questo osservare l’aveva aiutata a riconoscere i momenti in cui lui, aggrottando la fronte, esprimeva un dubbio rispetto al modo in cui gli altri cercavano di imporre una certa idea di divertimento, ma saggiamente lo teneva per sé e si adeguava. B. aveva iniziato ad essere cauta negli entusiasmi e nelle richieste, per evitare di suscitare in lui quell’espressione. E quasi senza accorgersene aveva cominciato a vedere le cose con i suoi occhi, e una volta, quando la radio aveva esploso una canzone molto popolare ma scontata, tra l’entusiasmo delle sue coinquiline, si era sorpresa a sollevare l’angolo sinistro della bocca, in un sorriso ironico proprio come faceva lui. E se lui fosse stato lì, nella cucina che risuonava di parole in rima, sapeva che si sarebbero guardati in quel modo inequivocabile che hanno le persone di guardarsi quando nasce una complicità. Con sorpresa e riconoscenza. “Ci sei anche tu, allora?” “Sì, cominciavo a sentirmi solo qui dentro”. La sensazione che lo spazio intorno a loro fosse curvo, protettivo e fragile come un’enorme bolla di sapone. La curvatura dello spazio, deve essere stata dapprima un’intuizione romantica, e poi teoria. B. pensava che quel concetto a lui sarebbe piaciuto, ma come comunicarglielo senza fare scoppiare la bolla?
B. aveva capito in quel momento che l’interesse che aveva sviluppato per lui andava oltre l’ammirazione o la cordialità, la voglia che lui la notasse e quel poster che lui aveva appeso in camera e che lei guardava come fosse una mappa in grado di svelarle dei passaggi segreti per entrare più in fretta nella sua vita, senza che lui se ne accorgesse. Era un sentimento testardo ma anche instabile, capriccioso come una giornata di vento eppure denso di significati e di attraversamenti. Aveva iniziato a incontrarlo per caso, prima in libreria, dove era entrata per comprare il libro che lui aveva scritto, così era dovuta tornare il giorno seguente, con un occhio sempre rivolto all’entrata, e la copertina girata verso il basso, pronta a scantonare dalla fila se lui si fosse materializzato, e poi una volta sotto i portici, mentre era a passeggio con un’amica e lui era da solo e non c’erano margini di sviluppo perché andavano in due direzioni opposte, ma dal modo in cui lui aveva prolungato il momento dei saluti e tenuto gli occhi fissi su un punto oltre la testa di lei, B. aveva capito che da qualche parte il destino aveva già scommesso su un “noi”.
Poi erano stati giorni di attesa e di messaggi sempre più frequenti, in cui la punteggiatura sembrava essere più importante e significativa dell’effettivo contenuto. Fino alla sera in cui lui l’aveva accompagnata a casa in macchina e come per caso, cercando un cd sul sedile posteriore, il suo braccio era rimasto poggiato sullo schienale di lei, almeno fino a quando non aveva dovuto scalare marcia, e B. avrebbe desiderato davvero che i semafori non diventassero mai rossi. Sotto casa, lei lo aveva invitato a salire, c’erano le sue coinquiline e la cosa non sembrava affrettata, e lui aveva accettato subito e mentre B. preparava il caffè lui aveva tenuto una conversazione affabile e quasi compiaciuta con le altre ragazze, e B. sentiva che quella voce nella sua cucina stava già diventando familiare, indispensabile. Poi due giorni dopo c’era stato l’invito a cena, in quella casa bianca e fresca dall’altra parte del fiume, e passando sul ponte B. aveva sorriso della simbolicità di quell’atto, così impudentemente preciso, ma poi aveva iniziato a pensare a cose più prosaiche, come le scarpe che aveva scelto, e se a lui piacevano o no le donne che usavano il rossetto, fino a che, giunta sotto il suo portone, se l’era tolto con il dorso della mano. Poi aveva suonato, una, due volte, e una voce che sembrava la sua aveva risposto inframmezzata dalla musica. Salita su aveva trovato la porta socchiusa e gli altri invitati seduti sul divano e intorno al tavolo. Lui era emerso poco dopo dalla cucina con in mano un bicchiere di vino bianco che le aveva porto con un gesto cerimonioso, il tutto senza smettere mai di guardarla. Un uomo innamorato e corrisposto ha la grazia di un Nureyev e il tempismo di un cacciatore di serpenti. Ma è una condizione che dura poco e non è riproducibile a piacimento.
B. aveva sorriso e si era sentita bene nel suo miniabito color ruggine, quello delle grandi occasioni, più un’intenzione che un abito ormai. Mentre lui terminava i preparativi lei aveva sorseggiato il vino e chiacchierato con gli altri commensali, ma il suo udito era catturato dai rumori che provenivano dalla cucina e si era trovata a ridere di cose che non aveva ascoltato, cercando di non tradirsi. Poi si erano seduti a tavola e lei era proprio accanto a lui, e in una progressione costante per tutte le portate lui aveva abbassato il tono di voce fino a escludere tutti tranne lei, e al dessert stavano parlando del suo libro che B. per la verità aveva appena iniziato a leggere ma di cui si era premurata di ricordare i nomi dei personaggi e persino dei luoghi, cosa che non è affatto facile in un romanzo fantasy. Al caffè, B. lo aveva seguito in cucina per aiutarlo e per ringraziarla lui le aveva passato un braccio attorno ai fianchi, tanto che per un attimo lei aveva perso l’equilibrio, almeno finché non aveva deciso di appoggiarsi a lui, e anche quell’atto era sembrato simbolico, a tutti e due.
Dopo il caffè gli amici avevano iniziato ad andar via, come se avessero capito, o sapessero, o fossero stati esplicitamente indottrinati, ma non tutti, dato che un ragazzo alto e magro le aveva chiesto se aveva bisogno di un passaggio e lui aveva subito risposto, tradendo una certa impazienza, che l’avrebbe riaccompagnata lui. Questo aveva velocizzato l’uscita degli ultimi ospiti. Rimasti soli lei si era messa a sparecchiare senza troppa convinzione, e infatti lui l’aveva subito bloccata invitandola a sedersi sul divano. Che avrebbe potuto essere anche una poltrona, per lo spazio che occupavano. Quando aveva appoggiato la testa sulla sua spalla, B. sapeva che era solo questione di attimi prima che arrivasse quel primo bacio, e aveva chiuso gli occhi lasciando che succedesse, e pensando che una volta aperti gli occhi tutto sarebbe stato diverso, il suo posto in quella stanza, il modo di guardarsi, le conversazioni tra loro, le telefonate e le distanze. E aveva deciso così, con gli occhi ancora chiusi, che non sarebbe andata via da quella città, prima così anonima e ora piena di segnali che aspettavano solo un incontro come il loro per diventare evidenti. Non glielo avrebbe mai detto, di quella rinuncia. Perché se ne sarebbe dimenticata anche lei.