LE REGOLE DEL FRISBEE 
Ora che ci penso, non erano le regole del frisbee. Erano le regole tout court.
IT'S EVOLUTION, BABY!
Dopo un pomeriggio passato tra codici miniati ed incunaboli, ad ammirare pagine vergate in modo magistrale qualcosa come mille anni fa, e sfogliate prima di me con la stessa venerazione da migliaia di mani, esco dalla biblioteca e prendo finalmente la decisione giusta per il futuro. Un piccolo passo per l'umanità, un grande passo per me. E cammino senza voltarmi indietro, azzeccando la strada al primo colpo. Ha!
NOW THE JOKE'S ON YOU
Ecco, mentre torno a casa con i pensieri aggrovigliati in modo inestricabile come un piatto di spaghetti mangiati in germania mi viene da riflettere sul fatto che tendo alla semplificazione. O forse vado solo di fretta. Ma quello che avverto è che mi piace fare le cose nel momento in cui le sento, perchè solo così mi sembrano vive, autentiche, non addomesticate. Non sto dicendo che non amo complicarmi la vita: mi piace stare lì a cercare la parola giusta quando scrivo e mangio le patatine fritte in un modo totalmente folle, uno schema che ho inventato quando avevo 5 anni e che continuo a perpetuare perchè mi sembra che da esso dipenda l'equilibrio dell'universo. no, anzi, è certamente così. da esso dipende l'equilibrio dell'universo. quindi so essere anche complicata, ma ultimamente mi è venuta una specie di insofferenza per le regole, per gli schematismi, per le generalizzazioni. e quindi finisce che mi trovo sfasata rispetto al resto del mondo. io da una parte, che sto per tuffarmi da uno scoglio alto 6 metri, e gli altri lì a tastare l'acqua con la punta del piede per sentire se è fredda. a questo punto credo di poter intrattenere rapporti equilibrati solo con i cani. pochi convenevoli, giusto il tempo di un'amichevole annusatina, e poi via a giocare sui prati.

E' PRIMAVERA BANDINI!
Però non credevo che bastasse. Invece sì. Proprio nel momento in cui l'hai detto mi hai fatto sentire subito meglio, come se non ci fossero più scorciatoie ma solo una lunga strada diritta fino al mare, una strada che probabilmente era lì già prima ma si era alzata troppa polvere perchè io potessi vederla. E il vento fino a quel momento non aveva sussurrato proprio nulla, come se i suoni fossero superflui e la luce bastasse a riempire tutti i silenzi. Ma poi anche questo attimo sospeso è passato, peccato perchè a quel punto stavo già gravitando vicino al soffitto, e guardavo la tua nuca. Ho avuto l'impressione di poterti proteggere a tua insaputa, mentre te ne stavi tranquillo, assorto in faccende a me estranee, e non dovevo fare altro che continuare a guardarti, guardarti vivere. Mentre cominciavo a scendere, ti ho sorriso.
LATO B: PICTURES FROM A FLOATING WORLD
Immagino, senza saperne molto, che nei circuiti di Formula 1 gli spettatori si posizionino vicino alle curve per vedere meglio le macchine, costrette a rallentare, ma anche perchè sono i punti dove è facile che succedano casini. E allora penso - all'indomani di una serata fatta di set acustici, foto rubate, cose non dette, e cose che forse non avrei dovuto dire, cuba libre vs. succo di pera, pensieri che rimbalzano qua e là come palle da biliardo, appetite for destruction e una luna bellissima che forse ho notato solo io perchè gli altri continuavano imperterriti a guardare per terra - che mi piacerebbe osservare le persone quando stanno per affrontare le curve della loro esistenza, perchè prima, e dopo, a tirare dritti sono capaci tutti. Ma non c'è niente come una sterzata per vincere l'inerzia e le false sicurezze sulla propria tenuta di strada. Detto questo, a me le persone piacciono anche (soprattutto?) per le loro debolezze. Purchè siano debolezze autentiche, oneste, senza compromessi, partecipate. Vissute con gioia, direi.
Nell'eventualità in cui...

...allora sarebbe così
Cose da fare questa settimana
- andare al concerto di Sondre Lerche mercoledì sera all'Hiroshima.
- vedere finalmente (perchè continuo a rimandare e/o a non trovare accoliti) Le avventure acquatiche di Steve Zissou, per il regista, il cast, e l'ineguagliabile colonna sonora con seu jorge che ricanta bowie in portoghese.
- finire un rullino che sedimenta nella mia holga.
- cazzeggiare in modo scientifico. perchè io valgo.
Sulla terra che è un astro
Prendo il 56 ieri sera. Il pullman è un microcosmo di umanità varia, esotica, affascinante nella sua complessità. Mi metto ad osservare come se qualcosa di assolutamente fondamentale stesse accadendo mio malgrado, qualcosa che richiede rispetto ed attenzione per essere compreso, che è rimasto in sospeso come l'eco di una nota, how the others must see the faker, I'm much too fast to take that test canta bowie ed è proprio così, penso. Ed intanto guardo questo ragazzo che parla brasiliano, con le sopracciglia depilate fino a formare una linea sottilissima che regala alla sua espressione qualcosa di crudele, simile a quella di certi pagliacci giocattolo, e che contrasta con una voce dolce e ambrata come zucchero di canna, una voce che trasuda la sua saudade che diventa subito la mia e quella di tutto il pullman, rapiti come siamo da quel periodare lungo, avviluppante, infarcito di suoni nasali che si perdono tra gli scossoni e si infrangono sui vetri come le onde stanno facendo, migliaia di chilometri più in là, su una spiaggia di ipanema. E questo ragazzo magro e flessuoso non sta mai fermo, si regge ad una maniglia ma continua a galleggiare nel pullman e intanto parla con una ragazza mulatta, brasiliana anche lei, con una massa di capelli neri e crespi che le incornicia un viso che ha visto più di un'alba in un caffè. Poi arriviamo a porta susa e i due scendono, e solo allora noto che lui ha un'enorme borsa bianca di carta da cui fuoriescono abiti leggeri e coloratissimi come fiori esotici. E lei regge con delicatezza un diadema fatto di piume di pavone, allora capisco, o almeno in quel momento mi sembra del tutto chiaro, che lui è una drag queen che sta andando a fare uno spettacolo ma le porte del pullman si sono già richiuse e con esse la favola bella che contevano. Davanti a me un rom di mezza età, con un basco e i baffi nerissimi, sonnecchia con il braccio appoggiato al vetro, la sua fisarmonica, impreziosita da intarsi rossi marmorizzati, abbandonata sulla gamba destra, con apparente noncuranza, ma si capisce che i due sono vecchi amici e si fanno compagnia a vicenda, forti di una tradizione millenaria che si è solo momentaneamente dimenticata di loro ma che ha bisogno di essere custodita e che ogni giorno li ricompensa travestita da passanti che allungano qualche moneta. E poi mentre guardo la nuca di questo sciamano metropolitano sale una ragazza cinese dal viso fatto di vapore che contrasta con il rossetto rosa confetto che porta, questa ragazza cinese che con coraggio realizza il compromesso storico tra due totalitarismi proprio sulla sua pelle, e per questo la ammiro e vorrei proteggerla più di quanto faccia il suo cappottino nero damascato. E tutti questi pensieri si rincorrono mentre la città scorre fuori dal finestrino, le luci dei semafori e quelle gialle dei lampioni, le vetrine dei negozi che stanno chiudendo e noi dentro il 56 che ci siamo ma che siamo anche altrove, in un luogo fatto di eterni ritorni mai realizzati, noi che per qualche strano disegno del destino, partoriti nei quattro angoli della terra, bollenti come magma ancora liquido, siamo stati scagliati dentro questo stesso pullman, che si muove veloce nel traffico ormai rado, e anche se non so quale sento che c'è un criterio, e questo pensiero appena pensato mi fa subito stare bene, come se ognuno di noi avesse un ruolo, un posto, un compito che ci sarà rivelato al momento giusto, basta tenersi pronti. Poi arriva la mia fermata e scendo in fretta e nonostante l’aria fredda mi rimane per un po’ un calore che si diffonde da dentro, come di rocce al sole.
For the Relief of Unbearable Urges
In teoria oggi avrebbe potuto essere una di quelle giornate di sole da passare all'aperto, ad annusare la primavera in arrivo
In pratica sono state 8 ore di lezione, di cui 4 di laboratorio informatico in uno scantinato con le finestre oscurate
In teoria il mare è a sole 2 ore di distanza
In pratica è un diverso stato mentale
In teoria se fai una domanda a qualcuno ti aspetti che risponda
In pratica non c'è peggior sordo di chi non ha nulla da dire
In teoria l'amore è sublime e ci eleva
In pratica può sfiorare il kitsch più estremo
In teoria dovrei avere chiari i miei obiettivi professionali e non
In pratica è già tanto se arrivo a programmare questo sabato sera
"In teoria il suo romanzo ha un solo grande difetto"
"In pratica fa schifo"
"In teoria questa cosa la dico per il tuo bene"
"In pratica non sopporto che tu ti diverta più di me"
In teoria è tutto teoricamente sotto controllo
In pratica non ci capisco praticamente niente
Intanto la cena si fredda...

Usteron Proteron
Ci sono volte. Volte in cui le cose scivolano via come fossero fatte di sabbia. E non si riesce a fermarle. E altre in cui hai l'impressione di poterti avvicinare ma non è così. Ti sembra di capire che con poche mosse ben piazzate potresti essere finalmente al posto giusto, ma c'è un arrocco che non ti permette di avanzare. Le manovre difensive che le persone mettono in atto quando non vogliono essere raggiunte, toccate, abbracciate mi spiazzano. L'incertezza è un lusso riservato a chi ha ancora molto tempo da spendere. Io viaggio su un treno veloce in cui non sono contemplate le fermate intermedie. Ma l'attesa, i ritardi, le coincidenze perdute... ci sono già troppe cose in grado di rallentarci, senza doverci aggiungere una narcisistica ritrosia. E mi rendo conto che più di tutto mi contagiano l'entusiasmo, l'amore per il rischio, le strade che non ho percorso ancora e le luci intermittenti. E che vorrei andare a Helsinki al più presto.
AUTORITRATTO

Il mio insegnante d'inglese
Il mio insegnante d'inglese ha una bellissima pronuncia. Americana. Lo starei ad ascoltare per ore. Ora che ci penso, lo sto ad ascoltare per ore. Almeno 2 a settimana.
Il mio insegnante d'inglese indossa con nonchalance maglioncini color pastello, infischiandosene del fatto che la gente possa pensare che sia gay.
Il mio insegnante d'inglese è un uomo generoso di sè: se lo guardi con attenzione puoi vedere la sua barba che cresce.
Il mio insegnante d'inglese ama il cinema indipendente e odia Donnie Darko. Su tutto il resto però è disposto a trattare.
Il mio insegnante d'inglese ieri mi ha offerto il caffè e poi mi ha sfottuto perchè l'avevo preso d'orzo. Poi lui ha ordinato un caffè lungo. E' seguito un silenzio eloquente.
Il mio insegnante d'inglese è molto galante con le donne e riesce a isolare un rumore di tacchi a spillo da un chilometro di distanza.
Il mio insegnante d'inglese gioca a squash pur essendo perfettamente consapevole che è uno sport da fighetti.
Il mio insegnante d'inglese si è così convinto della bontà del mio inglese che praticamente non mi corregge più i compiti. E la cosa un po' mi spiace.
Scrivo questo post perchè mi hanno fatto notare che sono un po' troppo caustica con il mio insegnante d'inglese. Ho provato a spiegare che il mio livello di formalità è inversamente proporzionale alla stima che ho di una persona, il che signfica che lo stimo davvero molto. Ma poi ho deciso che non bastava. Si meritava un panegirico.