martedì, marzo 29, 2005
BY THE SEA
 
La mia madeleine sono i granchi che cucinava mia nonna. Come tutti i veneti, mia nonna sapeva cucinare bene il pesce, in particolare i crostacei. E la sua specialità, imparata presumo da sua madre e da tutta una schiatta di oneste massaie venete, erano le masenette, dei piccoli granchi rossi di scoglio che mia nonna riusciva a reperire al mercato  di borgo vittoria grazie a chissà quali abili accordi con il pescivendolo dopo essersene guadagnata il rispetto con le sue scelte oculate. Insomma, in alcune occasioni ma più spesso quando il mercato dei granchi era tanto florido da far giungere qualcosa anche a Torino mia nonna annunciava trionfalmente che quel venerdì (giorno di magro) avrebbe preparato le masenette. Una tribù di circa 8 adulti e 3 bambini iniziava a salivare simultaneamente. Impegni inderogabili venivano annullati.  Aspettavamo la sera del venerdì come iniziandi ad un rito orgiastico. In effetti lo era. Verso le sette, giungevamo in sala da pranzo calamitati dal profumo di battuto di aglio e prezzemolo proveniente dal cucinino. Come in tutti i riti, non era possibile assistere alla preparazione, sarebbe stato come profanare la perfezione inspiegabile del risultato finale. Però tutti gli altri sensi erano all’erta. Ammazzavamo il tempo con chiacchere insulse o ipnotizzandoci con il tg regionale. Ma persisteva un rumore di fondo: quello dei nostri stomaci pronti ad accogliere l’Assoluto. L’attesa delle masenette era soprattutto preghiera e purificazione. Nessuno sgranocchiava grissini e gli antipasti erano sistematicamente ignorati. Ci si manteneva puri e degni del Dono. Che stava preparandosi nel forno, e spandeva il suo aroma esotico nelle nostre narici inebriate. Non eravamo più a Torino, in un piccolo appartamento al settimo piano, ma da qualche parte tra comacchio ed i caraibi. Uniti dalla determinazione e dalla finalità epicurea, eppure a nostro modo pronti ad affacciarci a pensieri più arditi, più metafisici. Poi la Grande Sacerdotessa portava le masenette in tavola e immancabilmente calava uno stupefatto silenzio. Mio nonno, seduto a capotavola, quella sera era solo il principe consorte. Era mia nonna a fare le parti, a distibuire, a stabilire un ordine gerarchico. Io ero la più piccola e questo significava solo una cosa: che venivo servita per prima e che in caso – raro, per la verità – di avanzi avrei avuto un diritto di prelazione. L’ho sempre sfruttato. I bambini sono spontaneamente, sanamente  decadenti. Poi, quando tutti erano stati serviti, iniziavamo a mangiare. Mangiare un granchio non è semplice e si può fare solo con le mani. Con le zampe, troppo piccole, ci si può fare poco, solo succhiarle finchè non rilasciano un tiepido brodo che sa di mare e di aglio e di promesse a venire. Ma era il corpo a diventare in quella sala da pranzo l’alfa e l’omega delle nostre papille gustative. Il granchio andava rovesciato e mangiato dal lato molle, quello della pancia, dove la polpa era stata mescolata sapientemente a mollica di pane, aglio, prezzemolo e poi gratinata. Veniva via facilmente ma poi era necessario scavare all’interno, seguendo la concavità del guscio, fino alle parti più remote, che da bianche diventavano arancioni e più grasse e rotonde al gusto. I carapaci vuoti si ammonticchiavano come gusci di tartaruga sui piatti. Sul fondo della teglia, un sughetto saporito veniva prosciugato da avide molliche. Poi rimanevamo un po’ lì, stupefatti e increduli, quasi pudichi nel ritorno, come se avessimo condiviso più di quello che era lecito, come se il piacere provato fosse eccessivo, troppo intenso per una riunione di famiglia. Ci disperdevamo rapidamente, le donne a sparecchiare, i bambini a giocare e gli uomini a fumare e parlare di calcio. Ma tutti consapevoli che di lì ad un mese o poco più, ci saremmo ritrovati allo stesso posto, dolcemente impazienti, con il cuore sul piatto, per una nuova celebrazione. E ancora oggi, che mia nonna ha smesso di cucinare le masenette che comunque non potrei mangiare avendo fatto, come sempre, scelte radicali, penso a quelle riunioni come ad una vera e propria iniziazione al piacere dei sensi e della condivisione, come un’educazione all’attesa e alla fantasia, come al motivo principale per cui capisco l’arte concettuale e quando sono al mare mi sento a casa mia, neanche fossi il più esperto dei capitani di lungo corso.
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venerdì, marzo 25, 2005
LOST AS YOU
an elegy for Chef
 
It’s just that kind of night when you feel that, if you lie still in your bed, without making a sound, you can hear the whole city breath in a sudden gasp, like a synchronized swimming team. Problem is, you’re out of sync. Destroying the entire choreography, making the trick visible, the effort palpable. Grace under pressure ain’t for everyone, you know. Some people have to sweat harder, and for a less certain gain. Your hand is shaking now, as you try to reach the glass on your nightstand. Has it always been like that? – you try to recall, but to no avail. Deep inside you know there has been a time when all you had to do was walk in the sun, holding her hand, and sleep came at night without an effort on your side, without you ever had to think about it. But that blessing is gone, you came to accept it, although you have to keep telling to yourself there’s nothing more you could have done back then, even if you have the feeling it’s not true. Drinking keeps that doubt away, but not all the time. You try to shrug it off with a smile, but it’s more like a grin now. And your back has been aching for… christ, how long? Seems forever, like you’ve been carrying an heavy load on your shoulders. Silence makes you feel uncomfortable, so you put some music on your cd player, but you cannot avoid checking the lyrics as they keep messing with your mind. All you wish for now is some peace of mind, you figure that if you keep telling people you’re happy the magic will come to life, like your mother told you when you were a child, smile and the whole world will smile with you. Yes, the whole world. Only, there’s no one with you tonight. Just you and that part of you that’s been trapped by your fears. Gasping for air like a fish out of its bowl. You switch off the light and grab the pillow. Sinking is unavoidable.
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giovedì, marzo 24, 2005

LE REGOLE DEL FRISBEE  

  1. lancia come se non ti importasse
  2. non tirare controvento
  3. è tutto nel polso
  4. non lanciare a chi non ti sta guardando
  5. in ricezione, la mano arriva prima del pensiero. non pensare e afferra
  6. l'importante è che non tocchi mai terra
  7. se non vuoi sporcarti, non giocare
  8. usa tutto il corpo
  9. non potrai mai battere un cane in velocità. rassegnati. però il cane non sa lanciare
  10. se riesci a tenere il punteggio, non ti stai divertendo abbastanza

Ora che ci penso, non erano le regole del frisbee. Erano le regole tout court.

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mercoledì, marzo 23, 2005

IT'S EVOLUTION, BABY!

Dopo un pomeriggio passato tra codici miniati ed incunaboli, ad ammirare pagine vergate in modo magistrale qualcosa come mille anni fa, e sfogliate prima di me con la stessa venerazione da migliaia di mani, esco dalla biblioteca e prendo finalmente la decisione giusta per il futuro. Un piccolo passo per l'umanità, un grande passo per me. E cammino senza voltarmi indietro, azzeccando la strada al primo colpo. Ha!

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martedì, marzo 22, 2005

NOW THE JOKE'S ON YOU

Ecco, mentre torno a casa con i pensieri aggrovigliati in modo inestricabile come un piatto di spaghetti mangiati in germania mi viene da riflettere sul fatto che tendo alla semplificazione. O forse vado solo di fretta. Ma quello che avverto è che mi piace fare le cose nel momento in cui le sento, perchè solo così mi sembrano vive, autentiche, non addomesticate. Non sto dicendo che non amo complicarmi la vita: mi piace stare lì a cercare la parola giusta quando scrivo e mangio le patatine fritte in un modo totalmente folle, uno schema che ho inventato quando avevo 5 anni e che continuo a perpetuare perchè mi sembra che da esso dipenda l'equilibrio dell'universo. no, anzi, è certamente così. da esso dipende l'equilibrio dell'universo. quindi so essere anche complicata, ma ultimamente mi è venuta una specie di insofferenza per le regole, per gli schematismi, per le generalizzazioni. e quindi finisce che mi trovo sfasata rispetto al resto del mondo. io da una parte, che sto per tuffarmi da uno scoglio alto 6 metri, e gli altri lì a tastare l'acqua con la punta del piede per sentire se è fredda. a questo punto credo di poter intrattenere rapporti equilibrati solo con i cani. pochi convenevoli, giusto il tempo di un'amichevole annusatina, e poi via a giocare sui prati.

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lunedì, marzo 21, 2005

E' PRIMAVERA BANDINI!

Però non credevo che bastasse. Invece sì. Proprio nel momento in cui l'hai detto mi hai fatto sentire subito meglio, come se non ci fossero più scorciatoie ma solo una lunga strada diritta fino al mare, una strada che probabilmente era lì già prima ma si era alzata troppa polvere perchè io potessi vederla. E il vento fino a quel momento non aveva sussurrato proprio nulla, come se i suoni fossero superflui e la luce bastasse a riempire tutti i silenzi. Ma poi anche questo attimo sospeso è passato, peccato perchè a quel punto stavo già gravitando vicino al soffitto, e guardavo la tua nuca. Ho avuto l'impressione di poterti proteggere a tua insaputa, mentre te ne stavi tranquillo, assorto in faccende a me estranee, e non dovevo fare altro che continuare a guardarti, guardarti vivere. Mentre cominciavo a scendere, ti ho sorriso.

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sabato, marzo 19, 2005
100mila risvegli
 
Un momento prima tutto era in prosa, e poi all’improvviso è stata la bellezza che non ti aspetti, quella di una primavera che sembra già inoltrata e di pagine nuove da leggere e di una foto che viene fuori con dei colori saturi e composti, e di tutto quello che sono stata e che dovrò ancora essere prima di arrivare ad un punto, e saranno tutte le uova di pasqua esposte in giro ma mi viene voglia di vedere mia madre e di appoggiare una mano sulla sua pancia: la mia prima casa.
così morbida ed accogliente, così essenziale, sempre inseguita anche ora che sarei perfettamente in grado di prendere il suo posto, eppure mai così lontana e sfuggente, come un ricordo di cui non ho più alcuna memoria. ma che probabilmente spiega l’abbandono istintivo e fiducioso con cui mi addomento, con cui tutti ci addormentiamo, sui mezzi di trasporto.
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giovedì, marzo 17, 2005

LATO B: PICTURES FROM A FLOATING WORLD

Immagino, senza saperne molto, che nei circuiti di Formula 1 gli spettatori si posizionino vicino alle curve per vedere meglio le macchine, costrette a rallentare, ma anche perchè sono i punti dove è facile che succedano casini. E allora penso - all'indomani di una serata fatta di set acustici, foto rubate, cose non dette, e cose che forse non avrei dovuto dire, cuba libre vs. succo di pera, pensieri che rimbalzano qua e là come palle da biliardo, appetite for destruction e una luna bellissima che forse ho notato solo io perchè gli altri continuavano imperterriti a guardare per terra - che mi piacerebbe osservare le persone quando stanno per affrontare le curve della loro esistenza, perchè prima, e dopo, a tirare dritti sono capaci tutti. Ma non c'è niente come una sterzata per vincere l'inerzia e le false sicurezze sulla propria tenuta di strada. Detto questo, a me le persone piacciono anche (soprattutto?) per le loro debolezze. Purchè siano debolezze autentiche, oneste, senza compromessi, partecipate. Vissute con gioia, direi.  

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giovedì, marzo 17, 2005
 LATO A: PAINT IT BLACK

Mi sveglio e il timbro sulla mia mano mi dice - prima ancora che la mia mente si connetta - dove sono stata ieri. Ah, già, Hiroshima. Ah, già, concerto. E allora penso: cazzo, non sarebbe bellissimo? Svegliarsi ogni mattina con un timbro diverso che ti dica dove sei stata, o con chi, e lo dica proprio sulla tua pelle, senza complicate sovrastrutture mentali. Ideogrammi al posto di sinapsi. Segni tangibili impressi da una mano invisibile e imparziale. Destinati a sbiadire alle prime ore del pomeriggio, come il profumo che hai messo la sera prima. Ma intanto li hai assorbiti e metabolizzati. Memoria organica o roba così, che piacerebbe a Cronenberg.
L'idea meriterebbe ulteriori sviluppi, ma io ho solo pochi secondi, perchè mi accorgo che sono già le 8 e devo schizzare via a tempo di record. Una  versione assonnata e inquieta di me, con addosso i vestiti e i dubbi di ieri, scende nel mondo. Da lontano vedo il 16 alla fermata: io e la mia colazione facciamo i 100 metri senza esitazioni. Al secondo tram preso al volo inizio a pensare che una divinità minore del pantheon induista abbia deciso di prendersi cura di me per tutta la giornata, il che mi garantirà risparmi di tempo, un po' di sole in pausa pranzo, più vocali che consonanti, un paio di CD masterizzati e una pacca sulla spalla al momento giusto.

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martedì, marzo 15, 2005

Nell'eventualità in cui...

...allora sarebbe così

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lunedì, marzo 14, 2005

Cose da fare questa settimana

- andare al concerto di Sondre Lerche mercoledì sera all'Hiroshima.

- vedere finalmente (perchè continuo a rimandare e/o a non trovare accoliti) Le avventure acquatiche di Steve Zissou, per il regista, il cast, e l'ineguagliabile colonna sonora con seu jorge che ricanta bowie in portoghese.

- finire un rullino che sedimenta nella mia holga.

- cazzeggiare in modo scientifico. perchè io valgo.

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sabato, marzo 12, 2005

Sulla terra che è un astro

Prendo il 56 ieri sera. Il pullman è un microcosmo di umanità varia, esotica, affascinante nella sua complessità. Mi metto ad osservare come se qualcosa di assolutamente fondamentale stesse accadendo mio malgrado, qualcosa che richiede rispetto ed attenzione per essere compreso, che è rimasto in sospeso come l'eco di una nota, how the others must see the faker, I'm much too fast to take that test canta bowie ed è proprio così, penso. Ed intanto guardo questo ragazzo che parla brasiliano, con le sopracciglia depilate fino a formare una linea sottilissima che regala alla sua espressione qualcosa di crudele, simile a quella di certi pagliacci giocattolo, e che contrasta con una voce dolce e ambrata come zucchero di canna, una voce che trasuda la sua saudade che diventa subito la mia e quella di tutto il pullman, rapiti come siamo da quel periodare lungo, avviluppante, infarcito di suoni nasali che si perdono tra gli scossoni e si infrangono sui vetri come le onde stanno facendo, migliaia di chilometri più in là, su una spiaggia di ipanema. E questo ragazzo magro e flessuoso non sta mai fermo, si regge ad una maniglia ma continua a galleggiare nel pullman e intanto parla con una ragazza mulatta, brasiliana anche lei, con una massa di capelli neri e crespi che le incornicia un viso che ha visto più di un'alba in un caffè. Poi arriviamo a porta susa e i due scendono, e solo allora noto che lui ha un'enorme borsa bianca di carta da cui fuoriescono abiti leggeri e coloratissimi come fiori esotici. E lei regge con delicatezza un diadema fatto di piume di pavone, allora capisco, o almeno in quel momento mi sembra del tutto chiaro, che lui è una drag queen che sta andando a fare uno spettacolo ma le porte del pullman si sono già richiuse e con esse la favola bella che contevano. Davanti a me un rom di mezza età, con un basco e i baffi nerissimi, sonnecchia con il braccio appoggiato al vetro, la sua fisarmonica, impreziosita da intarsi rossi marmorizzati, abbandonata sulla gamba destra, con apparente noncuranza, ma si capisce che i due sono vecchi amici e si fanno compagnia a vicenda, forti di una tradizione millenaria che si è solo momentaneamente dimenticata di loro ma che ha bisogno di essere custodita e che ogni giorno li ricompensa travestita da passanti che allungano qualche moneta. E poi mentre guardo la nuca di questo sciamano metropolitano sale una ragazza cinese dal viso fatto di vapore che contrasta con il rossetto rosa confetto che porta, questa ragazza cinese che con coraggio realizza il compromesso storico tra due totalitarismi proprio sulla sua pelle, e per questo la ammiro e vorrei proteggerla più di quanto faccia il suo cappottino nero damascato. E tutti questi pensieri si rincorrono mentre la città scorre fuori dal finestrino, le luci dei semafori e quelle gialle dei lampioni, le vetrine dei negozi che stanno chiudendo e noi dentro il 56 che ci siamo ma che siamo anche altrove, in un luogo fatto di eterni ritorni mai realizzati, noi che per qualche strano disegno del destino, partoriti nei quattro angoli della terra, bollenti come magma ancora liquido, siamo stati scagliati dentro questo stesso pullman, che si muove veloce nel traffico ormai rado, e anche se non so quale sento che c'è un criterio, e questo pensiero appena pensato mi fa subito stare bene, come se ognuno di noi avesse un ruolo, un posto, un compito che ci sarà rivelato al momento giusto, basta tenersi pronti. Poi arriva la mia fermata e scendo in fretta e nonostante l’aria fredda mi rimane per un po’ un calore che si diffonde da dentro, come di rocce al sole. 

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venerdì, marzo 11, 2005

For the Relief of Unbearable Urges

 

In teoria oggi avrebbe potuto essere una di quelle giornate di sole da passare all'aperto, ad annusare la primavera in arrivo

In pratica sono state 8 ore di lezione, di cui 4 di laboratorio informatico in uno scantinato con le finestre oscurate

In teoria il mare è a sole 2 ore di distanza

In pratica è un diverso stato mentale

In teoria se fai una domanda a qualcuno ti aspetti che risponda

In pratica non c'è peggior sordo di chi non ha nulla da dire

In teoria l'amore è sublime e ci eleva

In pratica può sfiorare il kitsch più estremo

In teoria dovrei avere chiari i miei obiettivi professionali e non

In pratica è già tanto se arrivo a programmare questo sabato sera

"In teoria il suo romanzo ha un solo grande difetto" 

"In pratica fa schifo"

"In teoria questa cosa la dico per il tuo bene"

"In pratica non sopporto che tu ti diverta più di me"

In teoria è tutto teoricamente sotto controllo

In pratica non ci capisco praticamente niente

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lunedì, marzo 07, 2005

Intanto la cena si fredda... 

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venerdì, marzo 04, 2005

Usteron Proteron

Ci sono volte. Volte in cui le cose scivolano via come fossero fatte di sabbia.  E non si riesce a fermarle. E altre in cui hai l'impressione di poterti avvicinare ma non è così. Ti sembra di capire che con poche mosse ben piazzate potresti essere finalmente al posto giusto, ma c'è un arrocco che non ti permette di avanzare. Le manovre difensive che le persone mettono in atto quando non vogliono essere raggiunte, toccate, abbracciate mi spiazzano. L'incertezza è un lusso riservato a chi ha ancora molto tempo da spendere. Io viaggio su un treno veloce in cui non sono contemplate le fermate intermedie. Ma l'attesa, i ritardi, le coincidenze perdute... ci sono già troppe cose in grado di rallentarci, senza doverci aggiungere una narcisistica ritrosia. E mi rendo conto che più di tutto mi contagiano l'entusiasmo, l'amore per il rischio, le strade che non ho percorso ancora e le luci intermittenti. E che vorrei andare a Helsinki al più presto.

postato da: fulmine alle ore 21:13 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, marzo 03, 2005

AUTORITRATTO 

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mercoledì, marzo 02, 2005

Il mio insegnante d'inglese 

Il mio insegnante d'inglese ha una bellissima pronuncia. Americana. Lo starei ad ascoltare per ore. Ora che ci penso, lo sto ad ascoltare per ore. Almeno 2 a settimana.

Il mio insegnante d'inglese indossa con nonchalance maglioncini color pastello, infischiandosene del fatto che la gente possa pensare che sia gay.

Il mio insegnante d'inglese è un uomo generoso di sè: se lo guardi con attenzione puoi vedere la sua barba che cresce.

Il mio insegnante d'inglese ama il cinema indipendente e odia Donnie Darko. Su tutto il resto però è disposto a trattare.

Il mio insegnante d'inglese ieri mi ha offerto il caffè e poi mi ha sfottuto perchè l'avevo preso d'orzo. Poi lui ha ordinato un caffè lungo. E' seguito un silenzio eloquente.

Il mio insegnante d'inglese è molto galante con le donne e riesce a isolare un rumore di tacchi a spillo da un chilometro di distanza.

Il mio insegnante d'inglese gioca a squash pur essendo perfettamente consapevole che è uno sport da fighetti.

Il mio insegnante d'inglese si è così convinto della bontà del mio inglese che praticamente non mi corregge più i compiti. E la cosa un po' mi spiace.

Scrivo questo post perchè mi hanno fatto notare che sono un po' troppo caustica con il mio insegnante d'inglese. Ho provato a spiegare che il mio livello di formalità è inversamente proporzionale alla stima che ho di una persona, il che signfica che lo stimo davvero molto. Ma poi ho deciso che non bastava. Si meritava un panegirico.

postato da: fulmine alle ore 14:51 | Permalink | commenti (2)
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